17 dic

La sindrome di Stendhal

La sindrome di Stendhal, detta anche sindrome di Firenze.

“Date al dolore la parola; il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi”.

Apprendo queste parole citate nell’opera “Macbeth” di Shakespeare, dagli insegnamenti di un mio docente di psicologia clinica, nonché Direttore Istituto di Psicoterapia Espressiva.

Laddove la comunicazione verbale ha difficoltà a farsi strada nella memoria e trarre i ricordi dall’inconscio, si ricorre ad altri codici espressivi non verbali, alle forme primitive di comunicazione come la produzione estetica in grado di costituire un ponte tra l’esperienza interna e quella esterna.

Quindi processi e prodotti motori legati a potenziali creativi primari costituiscono un alfabeto arcaico, attraverso il quale le produzioni artistiche consentono di mettere in contatto con la trama più interna e di comunicare le proprie esperienze interiori.

Sin dall’infanzia il bambino riconosce e crea nel gioco una realtà intermedia progettando oggetti transazionali che nell’età adulta divengono proiezioni dell’oggetto d’amore infantile o dell’inconscio collettivo come l’arte o la religione (Donald Winnicott).

Tale realtà intermedia definita come “spazio transazionale” non appartiene né al mondo interno, né a quello esterno, ma qui realtà e fantasia si intersecano e l’individuo diviene creativo.

La creazione artistica è applicazione di un inconscio, quindi, e l’opera d’arte diviene un oggetto transazionale.

Wilfred Bion affermava che la produzione estetica è un setting dove convogliano potenziali creativi e distruttivi delle esperienze primarie e l’individuo si riconosce nella propria produzione, vede rispecchiate parti di sé.

A ciò può associarsi il tema del viaggio come occasione di conoscenza di sé.

Semplicemente davanti un’opera d’arte, nel viaggiatore-esploratore, caratterizzato dall’intensità emozionale della sua esperienza legata al desiderio di esplorazione e alla scoperta, sembrano rianimarsi esperienze arcaiche personali.

Un’interazione tra artista e osservatore consentito dall’oggetto transazionale qual è la sua opera che è in grado di determinare la cosiddetta “Sindrome di Stendhal”.

Tale espressione deriva dal titolo del libro “La sindrome di Stendhal” della psichiatra psicoanalista fiorentina Graziella Magherini, edito nel 1979.

Il richiamo a Stendhal è motivo di una situazione che lo scrittore francese descrisse in alcune pagine di “Rome, Naples et Florence” del 1817 in cui si parla della sua visita nella basilica di Santa Croce e della crisi che coglie lo scrittore all’interno della chiesa, costringendolo ad allontanarsene.

Graziella Magherini ha svolto l’attività di psichiatra responsabile del Servizio per la salute mentale dell’Arcispedale di Santa Maria Nuova di Firenze, in cui ha potuto osservare casi di turisti stranieri giunti d’urgenza al servizio e spesso ricoverati in preda a un disturbo psichico transitorio manifestatosi tipicamente al cospetto di opere d’arte. I soggetti accusavano capogiri, tachicardia, difficoltà respiratorie, stato confusionale e di angoscia: tutte manifestazioni riconducibili ad un attacco di panico.

Tuttavia questo tipo di disturbo ha un’incidenza piuttosto bassa e colpisce persone dotate di particolare sensibilità.

C. C.

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